AGROFARMACI

Piano sugli usi sostenibili Un ritardo insostenibile

Cinque anni di analisi, meno di un mese per la sintesi. Gli intoppi della codecisione

Troppo tempo per l’analisi, troppo poco per la sintesi. Manca solo un mese per la data prevista per la pubblicazione del Piano d’azione nazionale sugli usi sostenibili dei prodotti fitosanitari (26 novembre, si veda tab. 1). Un percorso iniziato a febbraio 2009 con la pubblicazione della Dir. 128. L’esordio delle prime misure previste come la produzione integrata obbligatoria e la certificazione della formazione di utilizzatori, rivenditori e consulenti è ormai dietro l’angolo, ma alcune delle decisioni più importanti devono ancora essere prese. In Europa l’Italia è tra i Paesi ritardatari (siamo rimasti 8 su 27, si veda pag. 13 di Terra e vita 23/2013).

Un ritardo che rischia di pesare sulle possibilità di valorizzare alcune scelte originali come quella della previsione di due livelli differenziati di produzione integrata, un’opzione non condivisa dai Piani d’azione dei nostri maggiori competitor agricoli, già da tempo al vaglio delle autorità di Bruxelles.

Un Comitato tecnico scientifico completamente rinnovato (si veda la composizione sull’inserto If dello scorso numero di questa rivista) è al lavoro da metà settembre per l’esame delle posizioni espresse attraverso la consultazione pubblica che ha portato all’elaborazione di oltre 2.000 osservazioni alla bozza di Pan pubblicata l’8 novembre 2012.

Ingranaggi arrugginiti

Il loro compito è quello di “setacciare” i contributi, raggruppando le tematiche e scartando quelli che non sono in linea con i dettami della direttiva e del decreto di recepimento (150/2012). Spetterà poi alla Conferenza Stato-Regioni effettuare le vere scelte. Un compito complicato dal fatto che le osservazioni, formulate da 112 stakeholders, ovvero soggetti e associazioni che operano a vario titolo nei settori dell’agricoltura, ambiente e ricerca, sono spesso di senso opposto (si veda tab. 2 a pag. 10).

E complicato dalla necessità di mettere d’accordo gli interessi dell’agricoltura (tematica che in questa sede è coordinata da Fabrizio Nardoni, assessore all’agricoltura della Puglia), con quelli dell’ambiente e della salute (che spettano a Claudio Sacchetto del Piemonte e a Franco Manzato del Veneto).

Un’esperienza di codecisione e concertazione con degli ingranaggi che si stanno dimostrando un po’ arrugginiti. «Siamo ormai – denuncia Stefano Masini di Coldiretti – quasi fuori tempo massimo e sono troppi i nodi da sciogliere riguardo a formazione, controllo delle attrezzature e tutela delle acque e delle aree sensibili evidenziati dal mondo produttivo».

Nei 5 anni di gestazione del Piano le prospettive del vecchio continente sono in effetti decisamente cambiate, passando dalle eccedenze agricole alla volatilità di mercato per l’aumento della domanda.

Poche sostanze attive

E anche per quanto riguarda gli agrofarmaci l’Ue è passata in poco tempo dall’abbondanza alla carenza: dalle 950 sostanze attive registrate nel 1991 alle 340 in annex I nel 1998 (effetto della Dir. 91/414) ai meno di 200 previsti nel 2015, a causa dell’effetto dei capitoli cut-off e candidati alla sostituzione del Reg. 1107/2009). Anche per questo il Pan dovrebbe occuparsi di come utilizzare gli agrofarmaci, non di cosa utilizzare e molte delle critiche espresse dagli stakeholders riguardano proprio l’obiettivo di forte riduzione delle sostanze attive classificate come “candidate alla sostituzione”. Una previsione che spinge le autorità nazionali e regionali a sovrapporsi e a sostituirsi alle autorità registrative europee.

«La sostenibilità – evidenzia Tiziano Galassi del Servizio Fitosanitario della Regione Emilia-Romagna – continua ad essere un’opportunità da non perdere per qualificare il nostro sistema produttivo e per valorizzare le scelte italiane nella produzione integrata». Dai soli controlli funzionali di atomizzatori e irroratrici, come evidenzia Galassi, ci si può infatti aspettare una diminuzione a due cifre della quantità di agrofarmaci distribuiti (e dispersi) nel nostro Paese. E la previsione di un livello avanzato di produzione integrata, da adottare su base volontaria, consente di mantenere in piedi un sistema che si fonda sulla predisposizione di “Linee guida nazionali” più 21 disciplinari regionali diversi.

L’Italia è pronta a passare dal 20-30% di produzione integrata al 100% in pochi mesi? Il successo del livello “volontario” può essere come sempre correlato all’entità dei contributi concessi dalle misure agroambientali della nuova pac (previsti in calo) mentre il livello “obbligatorio” non prevede eccessivi vincoli per i produttori (anche se l’inserimento della sostenibilità nell’ecocondizionalità della nuova Pac può portare a dolorose sorprese per gli agricoltori inadempienti).

Regioni in ritardo

Una misura che spinge però le Regioni a una maggiore efficacia e coordinamento nel fornire assistenza e servizi.

Prestazioni che potrebbero essere vanificate dalla mancanza di strumenti finanziari specifici per allestire le reti di monitoraggio e i centri per il controllo delle attrezzature (risorse specifiche sono previste solo per i corsi di formazione e per le azioni d’informazione). Più pesante per le aziende potrebbe rivelarsi la misura di protezione delle aree sensibili e delle risorse idriche. Nel primo caso, la previsione di una forte riduzione degli agrofarmaci utilizzabili su un’area pari a oltre 6 milioni di ha (di cui il 30% agricoli) rischia di mettere in difficoltà aziende che operano in ambiti spesso marginali, con una forte valenza di presidio del territorio. Nel caso della tutela delle acque, invece, la previsione della prima bozza del piano di un’ulteriore zonazione nazionale per l’individuazione di aree di rispetto che si sovrappongono alle zone vulnerabili e alle zone sensibili definite dalla direttiva quadro acque rischia di determinare una pesante complicazione burocratica per le aziende.

Tutta da definire poi l’organizzazione e la tempistica del’azione di controllo che dovrebbe riguardare, entro il 2016, gli oltre 600mila tra irroratrici e atomizzatori utilizzati dalle aziende.

Finora in Italia sono state verificate solo 15mila attrezzature (dati Enama) e la mancanza di centri di riferimento in molte zone della penisola non fa supporre la possibilità di recuperare in tempi brevi tali ritardi, con il rischio che la revisione sia fatta solo sulla carta.

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