Centinaio: «Adoro le sfide, non mi tiro mai indietro»

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Made in Italy da tutelare, Pac da salvaguardare, infrastrutture da migliorare.

Da circa due mesi è il nuovo titolare del ministero dell’Agricoltura. Gian Marco Centinaio (Lega) il settore lo vede così.

Ministro Centinaio, c’è un’Italia da vedere, da mangiare e da bere. Significa questo essere il ministro del Made in Italy?

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Gian Marco Centinaio.

Significa questo e non solo. Significa mettere in vetrina le più grandi ricchezze del Paese. Valorizzarle sulla scena globale, rendere il Made in Italy ancora più accattivante di come viene ora percepito in tutto il mondo. Proporre l’eccellenza dei nostri prodotti, sottolinearne l’unicità e la diversità. Farli apprezzare come il Top della qualità che qualunque consumatore nei cinque continenti desideri avere a disposizione. Ma l’Italia non è solo questo, è la culla della storia e uno dei paesi più belli e affascinanti al mondo. Quindi Made in Italy significa anche valorizzare i nostri monumenti, l’inestimabile ricchezza culturale che possediamo, con i nostri 53 siti patrimonio dell’umanità, il Paese che ne possiede di più. Per non parlare del nostro mare, delle nostre montagne, della varietà del nostro territorio e della grande tradizione nell’ospitalità tipica degli italiani. Il turismo incide sul Pil nazionale per il 12 % per cento, si può arrivare almeno al 20 e il Made in Italy può e deve diventare il nostro petrolio.

Mettere insieme eccellenze enogastronomiche, bellezze, arte e cultura senza però perdere di vista la tutela e lo sviluppo delle colture tradizionali e la redditività delle aziende. Sarà un compito arduo e rischioso. Non la spaventa?

Le sfide mi affascinano e in tutta la mia vita non mi sono mai tirato indietro, sin da giovanissimo. Sono pronto e posso garantire che ce la metterò tutta impegnandomi a fondo senza tralasciare nulla.

Primo ostacolo la Pac

La proposta della Commissione europea prevede tagli alla politica agricola comune che indubbiamente penalizzerebbero la penisola: nel periodo 2021-2027 una sforbiciata del 7% da 408,3 a 378,9 miliardi. Il tutto in seguito alla Brexit e ai fondi destinati a sicurezza e immigrazione. Parte subito in salita.

Sarà dura, non lo nego. I tagli alla Pac comporteranno sacrifici che però vogliamo limitare al minimo indispensabile. Da Bruxelles assicurano che i tagli ai pagamenti diretti agli agricoltori non supereranno il 4%, ma vogliamo ottenere qualcosa di meglio. Vogliamo garantire sostegno soprattutto ai proprietari delle medie e piccole aziende agricole, quelle che rischiano di più e da sempre con il loro sudore e il loro duro lavoro, hanno dato l’esempio di come il sacrificio alla fine porta sempre risultati. Saremo più flessibili nel trasferire i fondi Ue tra pagamenti diretti e sviluppo rurale. Inoltre ci doteremo di fondi di riserva non solo per eventi climatici negativi ma anche per far fronte a shock di prezzi magari dovuti a iniziative di Paesi extra Ue. Nessuno sarà lasciato solo.

Secondo i modelli statistici e gli studi di settore, il 28 per cento del reddito degli agricoltori deriva dai fondi europei. Tagliargli equivarrebbe alla fuoriuscita di molte aziende dal circuito produttivo, come evitarlo?

Come ho appena detto. Con intelligenza e lungimiranza, mettendo con forza al primo posto gli interessi dei produttori italiani. Facendoci valere a Bruxelles tenendo naturalmente conto degli equilibri comunitari e della necessità di trovare validi alleati per le nostre battaglie.

Prima riunione a Lussemburgo a giugno, ha già iniziato a muoversi per stringere alleanze?

Si stiamo cercando convergenze con tutti coloro che hanno interessi comuni ai nostri. Ma essendo la trattativa così complessa e il contenzioso così importante è bene essere prudenti e per il momento non svelare nulla. È vero che il clima impazzito dello scorso anno con siccità alternata a inondazioni non ha aiutato, ma nel 2017 l’agricoltura è stato l’unico settore con il Pil in calo, meno 4,4%. Di conseguenza è scesa anche l’occupazione, meno 1,2%. Sul cielo non possiamo intervenire sulla prevenzione e le infrastrutture però sì…

Non c’è dubbio e lo faremo al meglio. È mia intenzione, di concerto con il Ministero dell’ambiente e delle infrastrutture, per quanto di loro competenza, mettere a punto tutti i piani e i provvedimenti più adatti per la tutela del territorio. Di fronte a eventi climatici distruttivi si può ben poco se non garantire alla filiera i fondi necessari per superare l’emergenza. Di fronte invece a gap cronici e strutturali che mettono a rischio le nostre colture e i nostri allevamenti, intervenire non solo è possibile ma è un dovere che intendo portare a termine al meglio. A tale scopo voglio fare una promessa ai 3826 allevatori che ancora pagano pesantemente le conseguenze del terremoto che ha colpito Marche, Lazio, Umbria e Abruzzo. Persone che lottano quotidianamente per non chiudere la propria attività e alle quali garantisco: non vi lasceremo soli.

Le produzioni italiane per specificità e diversità non possono essere equiparate a quelle dell’Europa continentale, come difenderle?

Sottolineando sempre e in ogni sede, Ue e non, le loro caratteristiche che le rendono uniche e differenti da tutte le altre. E qualora necessitino di un protezione e di una tutela diversa da quelle continentali, fare il massimo per ottenerla.

Agricoltura sovranista

Dobbiamo attenderci una politica sovranista anche in agricoltura?

Se essere sovranisti significa difendere i prodotti italiani, le aziende italiane e i lavoratori italiani non ho alcun dubbio, sarò un ministro dell’agricoltura sovranista.

Ma non può essere pericoloso mettere dei dazi?

Dobbiamo fare attenzione. È certamente pericoloso intraprendere una battaglia commerciale con gli Usa dove esportiamo 4 miliardi l’anno di prodotti agroalimentari con una crescita nel 2017 del 6%. Mi preoccupa la battaglia dei dazi tra l’Ue e Trump visto che già dal prossimo mese Bruxelles imporrà dazi su grano, succo d’arancia, riso e mais provenienti dagli Usa. Diverso è il discorso per chi fa concorrenza sleale all’Italia mettendo sul mercato merci di scarsa qualità e potenzialmente dannose non solo per la nostra economia ma anche per la nostra alimentazione. In questi casi non esiteremo a intervenire.

Ministro Centinaio, sia più chiaro. A cosa si riferisce?

Credo che bisognerà in futuro fare molta attenzione agli accordi bilaterali. Troppo spesso sono stati firmati contratti che prevedevano in cambio di appalti, infrastrutture e tecnologie l’obbligo di importare quote predeterminate di prodotti agroalimentari. Il riso dalla Birmania e dall’India, l’olio dalla Tunisia, i pomodori dall’Egitto, la carne da alcuni paesi del Sud America. Noi siamo felici quando gli accordi commerciali aiutano nazioni più povere, e continueremo a siglarli. Purché però questo import imposto da accordi blindati, magari firmati da qualche alto papavero Ue che non si preoccupa molto delle conseguenze, non faccia arrivare prodotti di scarsa qualità per la nostra alimentazione e non metta in crisi le nostre aziende. Anzi a tale proposito voglio dire una cosa.

No ai campi incolti, cosa significa?

Talvolta gli agricoltori italiani lasciano il campo incolto perché non gli conviene più lavorarci. Il raccolto è sottopagato a causa della concorrenza straniera e allora decidono di abbandonarlo e far crescere le erbacce. Io spero davvero che una cosa simile non avvenga mai più.

Il nostro Paese vuole aumentare le esportazioni. L’obiettivo è arrivare a 50 miliardi entro due anni dai 41 attuali, come ci si può riuscire?

L’Italia ha fatto importanti progressi ma dobbiamo crescere ancora. Possiamo farlo creando un vero sistema Paese, rendendo più competitive le nostre filiere e facendo sinergie tra i produttori. Se vogliamo confrontarci con colossi come la Francia dobbiamo unirci e creare una rete per ogni tipologia di prodotto. Usare gli stessi canali di distribuzione all’estero moltiplicando le opportunità di vendita. Fondamentale poi l’attività di marketing. Il mio sogno è che in ogni importante fiera di settore all’estero ci sia presto un maxi stand del Made in Italy con le eccellenze della nostra penisola e non tanti piccoli spazi per ogni marchio. In poche parole unirsi per essere più forti e competitivi.

E poi cos’altro ha in mente?

Voglio organizzare tanti eventi in giro per il mondo per la promozione del Made In Italy.

Con la collaborazione delle confederazioni, delle associazioni, dei consorzi e anche delle ambasciate sviluppare la cultura del mangiar bene italiano. Partire da lì per far crescere tutta la filiera, compreso il turismo. Lo straniero che mangia italiano è spinto a venire a visitare l’Italia. E se viene nella penisola e ne assaggia le sue eccellenze poi le sue abitudini alimentari spesso diventano permanenti.

Non solo è spinto a tornarci da turista ma, tanto per fare un esempio, a consumare Parmigiano Doc anziché Parmesan.

Voglio riuscirci e farò di tutto per far nascere gruppi di ambasciatori del Made In Italy. Punto a italiani all’estero di prima generazione ma anche a personaggi illustri e famosi molto apprezzati al di là dei nostri confini per quello che hanno fatto nella musica, nello sport, nella moda, nell’imprenditoria e in tutti i settori in cui il nostro Paese eccelle.

100% italiano

 Che progetti ha per la tutela della sicurezza alimentare e la lotta all’Italian Sounding?

Preferisco non entrare troppo nello specifico. Le confido soltanto che voglio rivedere il sistema delle etichette in modo che sia chiaro e lampante cosa compra il consumatore italiano: chi produce italiano di filiera deve avere la possibilità di scrivere 100 per cento Italiano. Se si vogliono vendere albicocche dell’Albania o riso indiano l’etichetta deve essere dettagliata e il consumatore informato e libero di fare le proprie scelte.

L’agricoltura è un settore in continuo cambiamento grazie alle innovazioni tecnologiche che stanno cambiando in profondità le abitudini produttive.

 Cosa intende fare a tal fine?

I problemi da affrontare sono tanti. Ne cito due in particolare. Occorre rendere tutti i processi più snelli e sburocratizzare le procedure che rendono impossibile la vita dei nostri agricoltori e dei nostri allevatori. Non si possono perdere giornate a riempire scartoffie.

E sotto quest’aspetto grazie all’informatica si può rendere tutto molto più snello e veloce. Poi serve maggiore innovazione e intendo a tal fine creare un fondo ad hoc per rendere più moderne le aziende agricole. Una sorta di agricoltura 4.0 in cui la tecnologia affianchi le tecniche tradizionali per competere al meglio con la concorrenza.

Ci sono diversi esempi di aziende molto tecnologiche che funzionano in Italia, molte sono state create da giovani. Io vorrei che diventassero la norma.


BLOCCHEREMO IL CETA E ALTRI ACCORDI SIMILI

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Gian marco Centinaio.

Cosa dobbiamo attenderci per il Ceta?

«Lo bloccheremo. D’altronde lo stop era previsto già nel contratto di governo firmato da Lega e M5S non solo per il Ceta ma anche per altri accordi simili che non tutelino adeguatamente il made in italy e favoriscano lo smercio di prodotti Italian Sounding. Non siamo d’accordo con il trattato di libero scambio con il Canada perché protegge solo una piccola parte dei nostri prodotti Dop e Igt. Su 292 produzioni italiane riconosciute, ben 250 non godono di alcuna tutela. Per questo motivo inviteremo il parlamento a non ratificare il Ceta. E non credo proprio che incontreremo resistenze».


I nuovi sottosegretari

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Alessandra Pesce.

Dopo la nomina di Centinaio al vertice del dicastero agricolo, via libera alle decisioni sui nuovi Sottosegretari agricoli, nomi che oggettivamente erano nell’aria.

A supportare Centinaio saranno Alessandra Pesce indicata dal Movimento 5 Stelle e Franco Manzato di nomina Lega.

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Franco Manzato.

Pesce, dirigente di ricerca presso il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (Crea), un dottorato di ricerca in Agricoltura Istituzioni e Ambiente per lo Sviluppo Economico alle spalle, ha fatto parte della Segreteria tecnica del Vice Ministro Andrea Olivero.

Manzato, veneto, è stato membro del Consiglio regionale del Veneto 2000 al 2015, per tre legislature. Dal 2010 al 2015 è stato assessore all’agricoltura, parchi e aree protette.


RICERCA, SI PUÒ FARE DI PIÙ

Per quanto riguarda la ricerca, come intende comportarsi?

«In Italia ci sono già tanti enti e istituzioni che fanno ricerca. Ci sono le Università, il Crea, il Cnr, l’Enea. Tutti in­centivano lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento ma io penso che si possa fa­re ancora di più. Voglio coin­volgere anche gli istituti agrari, li vorrei al mio fianco. La formazione è tutto e la politica si deve rivolgere agli studenti per fare in modo che conoscano bene la direzione che si sta prendendo e diven­tino gli imprenditori agricoli di domani. Diventino moderni, efficienti e tecnologici pro­duttori di eccellenze italiane. Così come intendo collaborare al meglio con tutte le as­sociazioni di categoria, nes­suna esclusa, dalle quali mi aspetto spunti di riflessione e suggerimenti importanti».


Leggi l’intervista su Agricommercio & Garden Center n. 5/2018

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