REPORTAGE

«Per concimare bene bisogna guardare il cielo»

L’esperienza di Paolo Stelluti che coltiva 12 ha di grano duro a Manfredonia (Fg)

Per impostare correttamente la concimazione del grano duro il produttore deve subordinarla al particolare andamento climatico del territorio ospitante la coltura e quindi gestirla e differenziarla, volta per volta, in funzione della maggiore o minore piovosità o persino dell'assenza di piogge. È quanto afferma, sulla base di una decennale esperienza, Paolo Stelluti, agricoltore, nonché agronomo, che coltiva 12 ha a grano duro a Manfredonia (Fg). Una valutazione fortemente avvalorata proprio da come egli ha dovuto gestire la concimazione nell'annata 2013-2014, atipica per la continua pioggia caduta, a più riprese, da marzo in poi, sull'intera Capitanata.

«Coltivo il grano duro in rotazione biennale con maggese di leguminose o, affittando i terreni a terzi, di pomodoro da industria. Pur controllando periodicamente, ogni 3-5 anni, il contenuto in macroelementi del terreno con apposite analisi, non effettuo mai la concimazione fosfatica di fondo prima della coltivazione del grano duro. La eseguo sulla coltura precedente, direttamente sulle leguminose con 5 q/ha di perfosfato semplice 19% o indirettamente, attraverso gli affittuari, sul pomodoro da industria con almeno 6-7 q/ha, sfruttandone poi, in entrambi i casi, l'effetto residuo. I 12 ha seminati a grano duro provenivano da una maggese di fava, che, per la capacità di fissare l'azoto nel terreno, è sicuramente la migliore fra tutte le leguminose».

Se la concimazione fosfatica di fondo ha per Stelluti una cadenza biennale, «quella azotata richiede uno-due interventi l'anno di copertura, per i quali calibro dosi e tempi di intervento in funzione dell'andamento climatico. Le regole di base sono semplici: evitare di somministrare azoto in condizioni di siccità estrema, perché altrimenti l'azoto brucia le piante, darne poco in situazioni di scarsa piovosità e il giusto se piove poco o abbastanza ma spesso, non concimare in caso di piogge eccessive per impedire che l'acqua liscivi l'azoto».

Acqua e siccità

Nella scorsa annata Stelluti ha somministrato innanzitutto 1 q/ha di urea 46%, tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio. «Venivamo da un inverno non siccitoso, ma certamente poco piovoso: dopo le piogge di dicembre, gennaio è decorso pressoché asciutto. Ho limitato le dosi perché il terreno era poco umido, mancava cioè l'umidità necessaria per veicolare il concime alle piante. Disponendo di una dose maggiore di concime le piante avrebbero potuto diventare lussureggianti, però con il rischio di soffrire per un'eventuale carenza idrica che allora temevo non essendo molto lontana la primavera, quando le temperature salgono e spesso incombe la siccità. In quel periodo l'effetto negativo della siccità è evidente soprattutto nei campi lussureggianti, che hanno ricevuto più azoto e poi hanno più bisogno di acqua: sono questi che, proprio a causa della maggiore quantità di azoto presente nel terreno, manifestano eventuali fenomeni di stress idrico prima dei campi meno concimati. Per prevenire tale situazione ho preferito moderare l'apporto di urea, mentre in condizioni di maggiore piovosità durante il mese di gennaio ne avrei sicuramente somministrato 1,5 o persino 2 q/ha».

Anche febbraio è trascorso quasi senza piogge, poi, ricorda Stelluti, all'approssimarsi della seconda concimazione di copertura, da metà-fine marzo è iniziato a piovere per molti giorni di seguito inframmezzati da brevi interruzioni, con precipitazioni superiori alla media del periodo. «Ho dovuto programmare l'intervento in base all'andamento climatico, utilizzando qualche breve finestra di tempo asciutto. Però quelle piogge, continue ma non troppo insistenti, hanno permesso, a me come ad altri agricoltori, di far esprimere al concime azotato tutte le sue potenzialità nell'accrescimento del grano duro e nella formazione di cariossidi di qualità. Ho somministrato 2 q/ha di nitrato ammonico 34%, mentre in una situazione di scarsa piovosità mi sarei limitato a 1 q/ha, fino ad annullare il secondo intervento di copertura in caso di assenza di piogge per l'intero inverno. In quel contesto climatico, piovoso nella maniera giusta, avrei potuto anche dare più di 2 q/ha, ma ho preferito non eccedere per non favorire lo sviluppo di patogeni, come le ruggini, la septoria e l'oidio. È noto infatti che la presenza di sostanze azotate nelle piante di grano duro le predispone sia all'allettamento sia all'aggressione da parte di pericolosi funghi».

Eccellenti risultati

Grazie ai 2 q/ha Stelluti è riuscito «a contenere i patogeni che le piogge insistenti di maggio, oltre a provocare allettamenti, hanno scatenato e a ottenere una resa media di 55 q/ha, con punte di 67 q/ha, e un grano di alta qualità, con peso specifico superiore a 80 e proteine intorno al 14,0-14,3%. Sono eccellenti risultati, frutto però, lo sottolineo, dell'effetto residuo delle colture precedenti, la “forza vecchia” costituita dal fosforo somministrato alle fave e dall'azoto fissato da queste».

Oltre a somministrare con la giusta oculatezza i concimi, Stelluti è stato anche bravo a preservarne i risultati e raccoglierne i frutti. «Molti produttori foggiani di grano duro hanno dovuto pagare tributo alle piogge, miste a grandine, che da metà giugno per una settimana hanno devastato gran parte della produzione durogranicola della Capitanata, slavando e rovinando le cariossidi, e causato la sospensione per almeno due settimane della mietitrebbiatura appena avviata, in attesa che i terreni, inzuppati di acqua, ritornassero praticabili e il grano si asciugasse fino a raggiungere un'umidità non superiore al 12-13%. Io invece, tenendo conto delle previsioni meteorologiche, sono stato tempestivo e ho mietitrebbiato il 12 giugno con il sole e il grano ben asciutto. Due giorni dopo, il 14, è cominciato il diluvio!».

Concimazione più ricca

Anche per la prossima campagna Stelluti terrà certamente conto del suo specifico andamento climatico, ma sa già che, coltivando grano duro su terreni quest'anno seminati a cece, dovrà eseguire una concimazione più ricca e dispendiosa. «Il cece non è una leguminosa in grado di garantire, a differenza della fava, un'ottimale fissazione di azoto nel terreno.

In più quest'anno ha risentito molto degli attacchi di un fungo, l'Ascochita rabiei, responsabile dell'antracnosi o “rabbia del cece”, la cui esplosione è stata favorita dalle piogge e dall'elevata umidità di maggio e giugno, oltre che dalla mancanza sul mercato di sostanze attive chimiche autorizzate contro tale fungo. Le piante non si sono sviluppate bene, sicché l'azotofissazione è stata limitata. Verso la fine del ciclo produttivo, col sole di fine giugno e luglio, le piante si sono sviluppate meglio, negli ultimi palchi, i più giovani, ma ormai il danno era fatto, poiché i primi palchi, che producono i ceci più grossi, sono stati rovinati irrimediabilmente dal fungo. Infatti le rese sono state misere, appena 10 q/ha. Perciò, a parità di andamento climatico, nei terreni in cui il grano duro segue il cece, bisognerà, per me come per altri produttori, somministrare più azoto con due interventi di copertura».

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