Biotecnologie: piante transgeniche, questione di rischio

Meglio valutare la tecnologia, come fa l’Europa, o il prodotto, come gli States? Il problema è anche valorizzare e stimolare la ricerca

Come regolamentare le piante ottenute con l’applicazione della cisgenesi/intragenesi o del Genome editing ovvero le biotecnologie di seconda generazione derivate dallo studio dei genomi.

La discussione sulla possibile esclusione della cisgenesi/intragenesi e del Genome editing dall’attuale regolamentazione per le piante geneticamente modificate (pgm) sta avendo esiti diversi nei vari Paesi, in funzione dell’impostazione generale adottata nelle procedure di regolamentazione: basata sulla valutazione della tecnologia, come avviene ad esempio in Europa con la Direttiva 2001/18/EC, o del prodotto, come accade, invece, in Nord-America.

Solo per multinazionali

Si stima che per poter ottenere l’autorizzazione alla coltivazione di pgm nell’ambiente, in particolare con la più restrittiva procedura europea, siano necessari 7-15 milioni di euro e 4-6 anni, un investimento che solo le grandi imprese multinazionali possono sostenere.

Nonostante l’utilizzazione delle pgm in agricoltura abbia raggiunto nel mondo i 170 milioni di ettari nel 2013 (Hartung and Schiemann 2014), l’entità degli investimenti per la loro approvazione ne ha limitato il numero a poche colture ad ampia diffusione (mais, soia, colza e poche altre) e a pochi caratteri (quasi esclusivamente resistenza a insetti ed erbicidi).

Stimolare le pmi

Al fine di stimolare l’adozione delle innovazioni biotecnologiche da parte anche delle piccole e medie imprese europee e degli istituti di ricerca pubblici, e il loro impiego in colture di minore importanza economica su scala mondiale, molti ricercatori ritengono che sarebbe più opportuno adottare una procedura di valutazione basata sul prodotto e non sul processo, con valutazioni condotte caso per caso, escludendo i prodotti delle nuove tecnologie dalla regolamentazione relativa alle piante transgeniche sinora ottenute.

Il parere dell’Efsa

In Nord America e in Australia, l’orientamento per le piante ottenute attraverso approcci di cisgenesi/intragenesi è quello di una generale maggior apertura e differenziazione rispetto alle pgm convenzionali. In Europa, l’Efsa (European food safety authority) ha recentemente concluso che le piante cisgeniche presentano rischi simili a quelli ottenuti con il miglioramento genetico convenzionale, mentre i rischi delle piante ottenute per intragenesi sono assimilabili a quelli delle piante transgeniche (Efsa Panel on genetically modified organisms (gmo) 2012a).

Genome editing

Per quanto riguarda le tecnologie di Genome editing, bisogna distinguere tra l’induzione sito-specifica di mutazioni casuali (1), che rappresentano oggi la maggior parte delle applicazioni, l’induzione di mutazioni pre-definite nella sequenza di un particolare gene (2) e la sostituzione o l’inserzione di un intero gene (3).

Il ministero per l’Agricoltura statunitense (Usda) ha recentemente dichiarato che valuterà i prodotti derivati da approcci di Genome editing caso per caso, de-regolamentando quindi le piante di mais con basso contenuto di fitato ottenute mediante la sostituzione di un gene.

La Commissione europea non si è ancora espressa in merito. Solo riguardo gli approcci del tipo (3), l’Efsa ha valutato che i rischi legati alla sequenza del gene trasferito sono simili a quelli dell’approccio transgenico convenzionale, sebbene sono minori i rischi associati alla potenziale interruzione di sequenze codificanti o regolatrici a seguito dell’inserzione del transgene (Efsa panel on genetically modified organisms (gmo) 2012b).

Cisgenesi più gradita

Gli approcci tecnologici sviluppati negli ultimi anni, in particolare quelli discussi in questo e nei precedenti articoli, basati sulle crescenti conoscenze della sequenza e del funzionamento dei genomi vegetali, affrontano alcuni dei rischi percepiti dall’opinione pubblica in relazione all’uso delle piante transgeniche. È stata riportata di recente una maggiore accettazione da parte dei consumatori dei prodotti cisgenici rispetto ai corrispondenti transgenici e si può immaginare che la combinazione degli approcci cisgenici con quelli di trasferimento genico mirato possa ulteriormente contribuire alla riduzione dei timori associati all’uso delle biotecnologie in agricoltura.

Gli investimenti pubblici in Italia

Per questi motivi, sarebbe auspicabile che la ricerca in questo settore riprendesse anche in Italia, contribuendo, peraltro, alla valorizzazione degli investimenti pubblici degli ultimi anni per il sequenziamento di diversi genomi di specie agrarie d’interesse del nostro Paese, come vite, pomodoro, pesco e altre.

Appare, inoltre, importante una valutazione caso per caso dei prodotti ottenuti attraverso l’uso delle biotecnologie, prendendo in considerazione i potenziali benefici e svantaggi o rischi per l’agricoltura, la salute e l’ambiente.

Attualmente, tale valutazione può essere fatta in maniera molto più efficiente rispetto al passato, ricorrendo al sequenziamento del genoma delle piante modificate e all’analisi del profilo di tutti i metaboliti.

Inoltre, i potenziali effetti delle modificazioni apportate sulle colture possono essere analizzati con modelli predittivi basati sull’analisi integrata dei dati genetici, fisiologici e agronomici.

 

 

CON IL TTIP NUOVI MERCATI PER IL MADE IN ITALY

«La tutela delle produzioni di qualità è da sempre una priorità per l’Europa». Così Paolo De Castro, coordinatore per il Gruppo dei socialisti e democratici della commissione agricoltura del Parlamento europeo, in occasione degli Stati generali delle Indicazioni geografiche a Expo. De Castro ha ricordato il “Pacchetto qualità” con cui l’Ue ha «messo in campo uno strumento concreto per bloccare fenomeni di contraffazione entro l’Europa, come testimoniano i casi ben noti del falso Prosciutto San Daniele o del falso Olio Igp Toscano in Gran Bretagna, prontamente sequestrati».

In questo contesto gli accordi commerciali con i Paesi terzi, a partire dal Ttip «sono fondamentali per l’apertura di nuovi mercati alle nostre eccellenze agroalimentari» ha aggiunto l’eurodeputato. «Credo con fermezza che i negoziati vadano portati avanti con l’obiettivo di ottenere il massimo per garantire alle eccellenze agroalimentari italiane e degli altri Paesi europei importantissime quote di mercato che, come proprio nel caso del nostro paese, oggi sono detenute da prodotti ‘italian-sounding’» ha detto De Castro, ricordando che anche per il Ttip «l’Europarlamento ha il potere di veto e se il risultato negoziale non ci soddisferà, voteremo contro, come già fatto per l’accordo Acta».

Intanto il ministro per le Politiche Agricole, Maurizio Martina ha rassicurato in merito al Ttip, affermando che «Non si accettano accordi al ribasso». L’Italia continua «a spingere perché si protegga il ‘brand geografico’. Per noi promuovere e non solo difendere il sistema delle nostre indicazioni geografiche è fondamentale. Quella contro l’usurpazione del brand Made in Italy è una battaglia che stiamo conducendo con forza e coinvolgeremo direttamente i consumatori per proteggerli dai falsi. Allo stesso tempo siamo impegnati come nessun altro Paese al mondo nella protezione delle nostre Dop e Igp anche sul web, una frontiera dalle potenzialità enormi».

Il settore, tra vini e cibo, vale oltre 13 miliardi di euro alla produzione. Oggi l’Unione europea esporta verso gli Stati Uniti 16 miliardi di prodotti agroalimentari e ne importa 9 miliardi.

 

(*) Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, Centro di Ricerca per l’Orticoltura (Cra-Ort), Pontecagnano (Sa).

La bibliografia può essere richiesta all’autore: teodoro.cardi@entecra.it

 

Ringraziamenti:

Ricerca condotta nell’ambito del Progetto GenHort (MIUR PON02_00395_3215002). Il contenuto dell’articolo riflette le opinioni personali dell’autore e non necessariamente quelle del Crea.

Si ringraziano il dott. Franco Mantino e la dott.ssa Giovanna De Fano per la revisione critica del manoscritto.

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