Lotta ai nematodi, si cambia

ORTICOLTURA. SPECIALE DIFESA ORTIVE

I metodi di disinfestazione dei terreni hanno subito variazioni in merito ai dosaggi della chimica e all’impiego La moderna orticoltura, soprattutto in ambiente protetto, è sempre più indirizzata verso l’ottenimento di risultati economicamente vantaggiosi attraverso quelle pratiche agricole (monocoltura praticata in forma sempre più intensiva, fumigazioni del terreno non sempre necessarie, concimazioni sempre più spinte ecc.) che nel tempo, per motivazioni diverse, non sono prive di effetti indesiderati, per cui il loro impiego deve essere valutato in un bilancio nell’ambito del quale gli effetti favorevoli devono essere superiori alle influenze negative.

La moderna orticoltura, soprattutto in ambiente protetto, è sempre più indirizzata verso l’ottenimento di risultati economicamente vantaggiosi attraverso quelle pratiche agricole (monocoltura praticata in forma sempre più intensiva, fumigazioni del terreno non sempre necessarie, concimazioni sempre più spinte ecc.) che nel tempo, per motivazioni diverse, non sono prive di effetti indesiderati, per cui il loro impiego deve essere valutato in un bilancio nell’ambito del quale gli effetti favorevoli devono essere superiori alle influenze negative. Ciò è soprattutto conseguenza di quelle profonde alterazioni che si istaurano tra i vari organismi del suolo e che incidono in maniera marcata su sfide molto sofisticate che, in natura, portano a quegli equilibri biologici che sono alla base del buon esito delle colture.

In regime di monocoltura la disinfestazione del terreno assume un ruolo centrale quindi fondamentale per il miglioramento delle condizioni sanitarie a garanzia di un’adeguata protezione delle piante. Tra i numerosi mezzi di disinfestazione dei terreni solo pochissimi hanno trovato spazio per un largo impiego. Tra questi quelli applicati da oltre un secolo sono il vapor d’acqua ed i fumiganti; più recente è stata l’introduzione della solarizzazione del terreno ed a seguire della biofumigazione.

La difesa delle colture dagli attacchi dei nematodi, soprattutto dei galligeni del genere Meloidogyne che sono i più diffusi e dannosi alle ortive in ambiente protetto, è sempre più complessa ed in continua evoluzione per il progressivo processo di razionalizzazione dei sistemi di difesa che sono orientati verso schemi di interventi ecocompatibili tendenti a limitare gli effetti secondari dei p.a. impiegati in modo generalizzato nei vari agroecosistemi.

Ciò è anche conseguenza della specializzazione dell’azienda agricola, dell’ introduzione di specie nuove e delle restrizioni d’uso degli antiparassitari come conseguenza delle rigide regole imposte in sede europea. Relativamente ai p.a. ad azione volatile un ruolo centrale lo assumono i p.a. selettivi che, non incidendo su buona parte degli organismi del suolo, sono meno turbativi degli equilibri biologici dei suoli. È ovvio che in tale ottica il ruolo del tecnico agricolo è fondamentale in quanto il programma d’intervento deve essere pianificato sulla diagnosi e non affidato casualmente alla performance fitoiatrica di biocidi totali (vedi bromuro di metile) che garantivano una risposta tecnica anche senza la conoscenza del problema.

Nel tempo la lotta chimica ha subito, pertanto, un radicale mutamento relativamente alle modalità di impiego e relativi dosaggi, che hanno reso gli interventi più economici e con minore danno per l’ambiente; ciò soprattutto grazie alle notizie acquisite sulle relazioni fra dose del nematocida e mortalità dei nematodi che non doveva tendere all’azzeramento delle popolazioni ma al loro contenimento al di sotto della soglia di danno. Le sostanze attive ad azione volatile, il loro meccanismo d’azione e le possibilità di applicazioni future alla luce della Direttiva Europea 91/414/Cee sono riportate nella tabella 1.

L’efficacia dei nematocidi è correlata a numerosi fattori del terreno per l’influenza che hanno sulla loro diffusione e degradazione. Un ruolo essenziale lo svolge la struttura del terreno che se sabbiosa, rispetto agli argillosi, agevola la diffusione del fumigante nel terreno a vantaggio dell’efficacia. La tessitura, inoltre, influisce sull’assorbimento della s.a.; in un terreno argilloso il quantitativo di prodotto reso inattivo per assorbimento superficiale risulta più elevato con la necessità di dover innalzare la dose di impiego. Anche il pH del terreno, attraverso la regolazione della degradazione del nematocida, ha un ruolo importantissimo. Una notevole capacità di assorbimento è insita anche nella sostanza organica presente nel terreno. È bene quindi se si vuole ottenere una buona risposta fitoiatrica dei trattamenti nematocidi, anche per evitare problemi di fitotossicità, bisogna incorporare queste s.a. in assenza di residui delle colture precedenti ed astenersi da integrazioni di sostanze organiche subito prima dei trattamenti. La sostanza organica, inoltre, in quanto buon substrato di sviluppo, soprattutto di batteri, interviene nell’accelerare la degradazione dei nematocidi rendendo di fatto più bassi i dosaggi impiegati. Anche la temperatura del terreno, oltre ad influire direttamente sulla tossicità dei fumiganti nei confronti della specie bersaglio, incide sull’efficacia della s.a. impiegata. Essa, infatti, se troppo bassa aumenta la concentrazione del fumigante nella fase acquosa del terreno, a discapito della fase gassosa che è quella che agisce sui nematodi, prolungando la persistenza con pericolo di danni da fitotossicità. Se le temperature sono molto elevate viene favorito il passaggio del fumigante nella fase gassosa con un’accelerazione della velocità di degradazione che potrebbe rendere non sufficienti i tempi di esposizione del nematode per il raggiungimento dell’effetto letale.
In definitiva le temperature per ottenere un sufficiente controllo dei nematodi dovrebbero essere comprese fra 5 e 25°C; quelle ideali, pertanto, negli ambienti italiani, soprattutto quelli meridionali, si verificano nel periodo primaverile ed autunnale. Infine, una parte importante la svolge anche il contenuto idrico del terreno da disinfestare. Questi non deve essere molto elevato per non limitare, attraverso la riduzione degli spazi liberi, la circolazione del fumigante. È vero anche che un certo valore di umidità del terreno è necessario ai fini dell’efficacia soprattutto per i p.a. volatili granulari come il dazomet, perché favorisce l’idrolisi dei prodotti tossici per i nematodi.

Scarica l'articolo completo (file .pdf | 197 Kb)

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome